Una vita in vacanza: self made influencer all’arrembaggio

Alla fine degli anni ‘90 la bolla speculativa delle Dot-com mise fine in qualche settimana ai sogni di moltissimi self-made trader che, in alcuni casi, avevano lasciato il lavoro per fare speculazioni da casa pensando di potersi arricchire in tempi brevi. È cronaca recente l’andamento delle Criptovalute, il Bitcoin in particolare, che in qualche mese ha perso quasi l’80% del suo valore massimo raggiunto a dicembre 2017 ridimensionando le aspettative di più o meno piccoli investitori sedotti dal sempre verde messaggio nuovo/facile/subito.

Ma perché il riferimento, molto succinto e semplificato, a due fenomeni della recente storia economica finanziaria accostato a una immagine ludico/godereccia della vita?

Senza scomodare sociologia e psicologia, è credo utile affrontare in parallelo alcune delle piccole e grandi contraddizioni che lo sviluppo di nuovi contesti professionali alimentano. (basti pensare a come il web ha cambiato e ampliato i profili e le competenze professionali nell’ambito della comunicazione, sempre per fare un parallelo).

Frequentando con quotidiana e attenta assiduità professionale il micro mondo dei social network mi sembra si possa fare un efficace per quanto forzato parallelismo ai comportamenti orientati al ‘soldo facile’.

Sembra cioè che un approccio analogo si stia verificando nell’ambito dei Social Network. Nell’immaginario stereotipato dei più, ‘Instagram’ (come se fosse un luogo fisico) è popolato da influencer da copertina che passano da un continente all’altro pasteggiando a ostriche o con calici alzati, elegantemente vestiti e comodamente auto-ritratti in ‘location’ da cartolina. Questi ‘influencer’ per autodefinizione, hanno come tratto distintivo il numero di follower contati rigorosamente in centinaia di migliaia o milioni, sempre ben vicini al loro nome reale o d’arte, quasi fosse il segno zodiacale o la data di nascita.

Gli influencer, ammiccanti, popolano feed e timeline mostrando cuori rossi per quella bevanda o fuochi accesi per quell’accessorio e, sempre nell’immaginario collettivo, subito i carrelli degli e-commerce di chi li paga per fare quello che fanno, si riempiono veleggiando verso il tutto esaurito.

Influencer che vivono una vita libera e felice dove si è pagati per fare ‘una vita in vacanza’, che sia viaggiare, cucinare o dedicarsi al make-up. Un life-style social h24, patinato e sempre ludico, recensito da riviste e quotidiani con articoli che, con interesse al limite del voyerismo, periodicamente raccontano quanto vale un post di quell’influencer o una stories di quell’altro.

Se è vero indubbiamente che ci sono esempi illustri e meritevoli di come creare imprese di successo utilizzando il contesto dei social network con marcato orientamento al business (casi nostrani più che meritevoli come Chiara Ferragni per nominare un influencer che, attraverso i Social, ha costruito un’azienda o Aniye By azienda che attraverso Instagram ha raggiunto un nuovo mercato) è altrettanto vero che però sono pochi, numericamente parlando, i casi imprenditoriali che davvero possono rientrare in questa definizione.

Ma per ovvio e naturale spirito di emulazione di successo, passa l’idea che imitare questi casi e quindi dare vita a storie professionali di successo, sia alla portata di tutti, o almeno di tutti quelli dotati di un minimo di intraprendenza e, soprattutto, di smartphone. Un po’ come dire che con lo smartphone siamo tutti fotografi. Una interpretazione decisamente estrema della proprietà transitiva.

L’influencer all’arrembaggio si scatena nei periodi ‘caldi’: estate, e feste comandate, quando contatta le aziende chiedendo una t-shirt o un paio di occhiali, un ristorante o un albergo chiedendo un pasto o un soggiorno gratis, con il l’effetto di risultare più un wannabe un po’ scroccone che un professionista che offre un servizio.

La via al successo degli improvvisati influencer, guardando bene dietro le quinte, si rivela evanescente e, soprattutto, piatta... l’approccio, più che di offrire un ‘servizio’ spesso si esaurisce nella ricerca del baratto: ottenere qualche prodotto cosmetico, una cassa di vino pregiato, un week-end con il fidanzato o la fidanzata gratuitamente, un orologio alla moda in cambio di qualche fotografia pubblicata sul proprio profilo (da milioni di follower) è semplicisticamente spesso definito ‘lavorare con i Social’, ma manca il requisito fondamentale del lavoro, cioè la retribuzione.

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Product placement è un concetto forse un po’ datato ma che ben identifica quello che le aziende piccole o grandi che siano, cercano di fare oggi quando inviano gratuitamente quella T-shirt o quel paio di occhiali o non fanno pagare un pasto o un soggiorno a quella figura, ma sempre storcendo la bocca, come a rivelare una nemmeno troppo celata riserva rispetto alla efficacia dell’azione.

Ma che è ben diverso da quando queste stesse aziende investono tempo, energie e risorse economiche per pianificare azioni e strategie di comunicazione nei social network, affidandosi a esperti che di questo hanno fatto una professione.

La differenza sta tutta forse qui, nella parola ‘professionalità’ che nell’era dell’economia 3.0 assume sempre di più i contorni di inutile, sostituita da una sorta di self made man/woman che scivola nella versione contemporanea dell’uomo (o donna) sandwich portata all’estremo, estesa potenzialmente cioè ai numeri della popolazione mondiale dotata di smartphone.

Allora, provocatoriamente, a cosa serve la professionalità? Sono superflui i giornali e quindi i giornalisti perché ‘leggo su Facebook’, sono superflui gli editori ‘perché mi pubblico il mio libro da solo come e-book’, sono superflue le agenzie di comunicazione ‘perché c’è mio nipote che è su Instagram e YouTube e fa l’influencer (replica dell’approccio ai webmaster di fine millennio)’.

Quello che dovrebbe essere in messo in discussione non è la figura dell’influencer, quanto l’idea di competenza e professionalità delle figure che si fanno interpreti e operano in un determinato contesto, qualsiasi sia l’ambito di esercizio. Il contesto social network, considerandone le evoluzioni e le possibilità, si sta sempre più configurando come contesto al quale aziende di natura merceologica diversa guardano con attenzione per le innegabili potenzialità di marketing e pubblicità. Ma si tratta appunto di marketing e pubblicità, ambiti nei quali professionisti si formano e agiscono in base a competenze.

A tutti, genericamente interpellati sulla questione, piacerebbe stare ‘una vita in vacanza’ o ‘guadagnare senza fatica’ ma chi lavora, davvero, sa che cosa significa la parola competenza, e così come c’è chi la offre, c’è chi la esige dal proprio fornitore, o almeno così dovrebbe essere, nel migliore dei mondi possibili.

Articolo di Francesco Mattucci